L’impugnazione da parte del governo dei primi tre secchi “no” regionali (Basilicata, Campania e Puglia) incassati in materia di centrali nucleari con altrettante leggi ci dice che è cominciato un lungo e defatigante braccio di ferro. Il decisionismo centralista col quale si tenta di sbarrare il passo ad altri consimili, e già annunciati, “no” (Emilia-Romagna, Marche, Toscana, Umbria, Lazio se rimarrà il centrosinistra) contraddice infatti ogni linea federalista. Non vi sono molti dubbi sul fatto che questa del nucleare sia una materia costituzionale concorrente, della quale cioè lo Stato centrale non ha l’esclusiva. Durante questo braccio di ferro sarebbe invece utile (per il Paese) coinvolgere le comunità locali e regionali in una espansione delle fonti rinnovabili, e invece ciò avviene limitatamente, anzi per il solare (il più congeniale a noi) gli incentivi sono in pericolo.
La sola cosa certa è che il governo non ha sin qui risposto ad alcune obiezioni di fondo a una scelta nucleare basata su tecnologie vecchie e costose come quelle utilizzate in Francia dove, fra l’altro, il nucleare è a carico del bilancio della Difesa. Vediamone alcune. La sicurezza, anzitutto: oltre che dagli impianti industriali in se stessi, essa è determinata dalla necessità di disporre di acqua in abbondanza e al tempo stesso però di non sorgere dove vi sono alluvioni. Frequenti invece nei siti padani dati come “probabili”, cioè le vecchie centrali di Trino Vercellese e di Caorso nel Piacentino e quella nuova prevista sul Delta polesano. Altro dato di fondo: le centrali nucleari non devono sorgere in zone sismiche e l’Italia è tutta sismica eccettuate la Sardegna, le alte vette alpine e una parte di pianura padana (però alluvionale). Una centrale è prevista a Montalto di Castro (Viterbo), a meno di 20 Km da quella Tuscania colpita nel 1971 da un forte terremoto che provocò distruzione e morte, con più di trenta vittime.
Le prime quattro centrali sulle quali punta il governo Berlusconi non saranno pronte prima di un quindicennio e produrranno 6.400 Megawatt, cioè appena il 9,5% del fabbisogno elettrico che si determinerà, in più, da qui a quella data, per di più a un costo complessivo vicino ai 25 miliardi di euro. Esse entreranno dunque in funzione quando saranno ormai prossime le centrali di nuova generazione non più all’uranio. Di questo materiale infatti, che costa sempre di più, fonti autorevoli prevedono l’esaurimento entro 30-40 anni e anche meno.
Le centrali di quarta generazione saranno alimentate dal torio, presente in Italia in quantità rilevanti, assai più economico dell’uranio nel senso che, secondo il Nobel Carlo Rubbia, ce n’è dieci volte di più e ce ne vuole molto di meno per ricavare un Gigawatt di energia. Inoltre esso produce scorie assai più ridotte, smaltibili in decenni e non in millenni. Difatti l’altra spinosa questione - forse la più spinosa - posta dal nucleare attuale è proprio quella delle scorie, per ora largamente irrisolta. Perché allora tanta sbrigativa insistenza? In termini di interesse generale, non si riesce a dare una spiegazione. In termini di business probabilmente sì. Ma nessun Paese sviluppato, va detto, si sta comportando come l’Italia.
Tratto da: LA NUOVA SARDEGNA 4/02/2010